mercoledì 5 ottobre 2011

Undicesimo piano


Eccomi di nuovo, scusate il ritardo con cui riprendo il racconto.
Come dicevo, finalmente mi spostano dalla terapia intensiva all’undicesimo piano: in questo reparto in cui si continua a essere monitorati per vedere l’evoluzione del proprio intervento, si comincia a vedere cosa vuol dire avere un trapianto e come questo impatterà sulla tua vita di prima, quali sono le nuove esigenze del tuo fisico, come comportarsi nei primi mesi, i più pericolosi, e per il resto della tua vita.
Il primo impatto sono le pillole. Sino a che ero giù in terapia intensiva mi davano gli antirigetto, più gli altri farmaci per contrastare gli effetti collaterali degli antirigetto per via endovenosa, ora tutto passa a pastiglie. Prendo tre tipi di antirigetto, tra i quali ci sono gli steroidi che hanno non poche controindicazioni: prima di tutto alzano i livelli dello zucchero nel sangue, ne consegue che in questo momento sono diabetica insulinodipendente, ma che a detta dei medici, non appena finirò di prenderli smetterò anche di esserlo e, notizia ancora più importante, gli steroidi sono i primi che vengono eliminati dalle cure. Altro effetto non da poco è l’insonnia (con conseguente sonnifero che cerco di evitare di prendere) riesco a fare un solo sonno profondo che dura un paio di ore circa, poi sono sveglia, cerco di stare lo stesso a letto e di rilassarmi ma ne ottengo solo un sonno superficiale popolato di incubi e per niente ristoratore. Comunque cerco di riposare nel pomeriggio o durante la mattinata. Inoltre le mani mi tremano, e alle volte non riesco a scrivere neanche il mio nome, ma anche questo passerà con il tempo. Prendo antibiotici per evitare di buscarmi qualche accidente visto che il mio sistema immunitario viene soppresso per evitare che aggredisca il mio nuovo fegato (ma come? Io gli voglio bene come se fosse il mio di prima perché il mio corpo dovrebbe rifiutarlo?!).  Poi ci sono gli oligoelementi che sono tutti sballati: magnesio, potassio, e altri che non ricordo, ma che si traducono in pasticche più o meno colorate, delle forme più svariate. E chi ne paga le spese è il mio povero stomaco devastato dal cibo americano…   E’ stata dura all’inizio farle stare giù, alle volte le ho dovute riprendere più volte perché le vomitavo subito, ma pian piano cominciando ad ascoltare il mio corpo e sperimentando modi diversi sono riuscita a farle stare al proprio posto.
Comunque anche sul fronte cibo le cose migliorano: mentre in terapia intensiva ti beccavi quello che capitava, all’undicesimo puoi scegliere ciò che vuoi da un menù che ti portano tuti i giorni per il giorno seguente: certo la scelta non è vasta, ma posso anche ricevere pasti da fuori il che vuol dire che se proprio non c’è niente da scegliere, Micha può sempre portarmi un pezzo di formaggio da casa.
Altro cambiamento sono le terapie e gli esami che non mi sono somministrati in camera come prima, ma ora sono io che vado nei reparti per farle: la dialisi al nono piano per esempio e sono piccole boccate d’aria fuori dalla mia stanza.
Anche sul fronte delle infermiere cambia qualcosa, ho sempre un’infermiera che posso chiamare e che mi segue nel mio training, ma adesso sono anche infermieri: all’inizio è stato un po’ imbarazzante farmi aiutare in certi frangenti, ma devo dire che superato il mio imbarazzo, ho trovato delle persone squisite che si prendevano cura di me come essere umano in difficoltà: John prima di tutto, motociclista fricchettone, e poi Donovan che deve il suo nome al cantante e che guardando la mia cicatrice scherza sul fatto che assomiglia alla California e che dovrei chiedere la green card dal momento che ho un  pezzo  americano, o Ernie che mi racconta di come è arrivato qui dalle Filippine, della sua mamma che vive con lui. E poi Maribel che mi porta a passeggiare di notte quando non riesco a dormire, Vany che mi aiuta a fare la doccia e che non le interessa se si bagna e si diverte un sacco, Vanessa con un sorriso che più bianco non si può. Ci sono poi gli aiuti-infermieri, quelli che non sono specializzati ma che mi prendono la pressione, temperatura e ossigenazione del sangue, uno su tutti, Vito, amante della cucina italiana che si lamenta della sua compagna perché gli tocca le “sue” cose in cucina e che venire in Italia sarà una delle prime cose che farà quando andrà in pensione. Già, l’Italia, il posto in cui tutti vogliono andare o che sono andati e che vorrebbero tornare. Tutti quelli con cui parlo, medici, infermieri, terapisti, quando scoprono che sono italiana si profondono in sperticolate lodi sul nostro paese: non ci avevo mai riflettuto su quanto sono e siamo fortunati a vivere in Italia, e non parlo solo della bellezza del territorio ma del nostro modo di vivere, della nostra cultura, delle nostre radici, i nostri valori, se solo fossimo capaci ad apprezzarla di più la nostra Italia!
La mia giornata tipo all’undicesimo piano si svolge così: sveglia alle 6 con le prime pastiglie di antirigetto che vanno prese a stomaco vuoto, controllo della pressione, dell’ossigenazione del sangue, peso, pulsazioni, glicemia e la puntura più orrenda che ci sia: l’eparina, fa un male bestia, meno male che passa subito ma mi lascia sempre piena di lividi nelle braccia. Poi aspetto le 8 quando arriva la colazione: altra dose di pastiglie e insulina prima di mangiare. Poi comincia il via vai dei medici e terapisti come nel reparto di terapia intensiva, per culminare nel Gran tour delle 11 sempre con Hemming in testa. La cosa buffa è che quasi sempre quando arrivano io sto parlando con i bambini via Skype e  quasi si vergognano di disturbare le nostre conversazioni! Il fegato lavora alla grande, il problema sono sempre i reni che non ne vogliono sapere di mettersi a funzionare e allora si sperimenta un po’ per capire come fare: più acqua, meno acqua, dialisi, diuretici, devo dire che in fondo questa sperimentazione l’apprezzo, non sono un numero con un protocollo da seguire, ma una persona con una sua precisa struttura, si tratta solo di capire quale è. A mezzogiorno arriva il pranzo e insieme qualche pastiglia, il controllo della glicemia e conseguente insulina. Tutte le volte mi viene spiegato cosa prendo e comincio a provare dal sola con un glucometro a misurarmi la quantità dello zucchero nel sangue e con una tabella a scoprire quante unità dovrò fare: fa parte di quelle cose che dovrò fare da sola quando uscirò dall’ospedale e così comincio ad imparare.
Piano piano ricomincio a camminare, prima con il deambulatore, poi attaccata a Michail poi da sola magari appoggiandomi al muro, faccio le scale, ma non ancora da sola. Un giorno parlando con una fisioterapista mi chiede perché non esco a prendere un po’ d’aria fresca: posso uscire?! Davvero?! Certo, se ho l’autorizzazione del medico, basta dirlo alle infermiere… Wow! E’ mattina e il gran tour non c’è ancora stato, come arrivano è la mia prima richiesta, posso uscire? Certo! mi rispondono, finite le terapie e quant’altro sono libera di andare. Così verso le 4, dopo l’estenuante ricerca da parte di Michail di una sedia a rotelle e bardata sotto due coperte mi dirigo verso l’ascensore, e poi finalmente fuori. L’emozione è tanta, stento a trattenere le lacrime, mi colpiscono gli odori: l’odore del mare è il primo che sento, poi gli eucalipti, i fiori. E’ incredibile quanto odori ci siano! E poi il sole, sulle spalle, che meraviglia! Da quel giorno, tutti i pomeriggi, per un’oretta vado fuori. Al rientro dalla passeggiata mi aspetta la cena, con contorno di pillole varie e due ore dopo gli antirigetto, le ultime della giornata. Alle volte capita di dover fare qualche esame tipo una tac o un’ecografia e me la fanno dopo cena, una volta per esempio, dovevo fare una tac all’addome, così verso le undici, mi sveglia un’ infermiera con ¾ di litro di liquido di contrasto, gusto frutti di bosco, e mi dice che ho un’ora per berlo per poi fare la tac. Terrificante quella roba da bere: non finiva mai! Ma fare la tac è qualcosa di incredibile: stesa sul lettino con questo tubone che va avanti e indietro sulla tua pancia, c’è questa voce un po’ cavernosa ma molto pacata che ti dice di respirare profondo, trattenere e respirare normalmente, e la cosa più bella è il soffitto: una lastra luminosa che raffigura un cielo azzurro con dei ciliegi in fiore, starei ore a guardarla, tanta è la pace che mi da.
I giorni passano, e si comincia a parlare di dimissioni e della Bannister House, la casa famiglia in cui andrò a passare la convalescenza, fino a che una mattina, ogni medico che passa mi accenna alla possibilità di uscire proprio il giorno stesso, è il 21 di settembre e comincia una delle giornate più lunghe passate all’undicesimo piano. Ci son un sacco di cose da fare, e le infermiere hanno anche gli altri pazienti da seguire, Chow, che è la mia infermiera per quel giorno lì, si fa in quattro per sistemare tutte le cose per farmi andare via il prima possibile, ma ha anche il resto del suo lavoro e non sono l’unica ad essere dimessa. Micha deve anche scendere in farmacia per avere le medicine che dovrò prendere e gli ci vorrà più di un’ora per poterle avere; per farvela breve, dalla mattina alle undici quando il gran capo conferma le mie dimissioni, riesco ad uscire la sera alle sei e trenta, sono distrutta dall’attesa ma felice come non mai, basta ospedale, basta aria chiusa, ora potrò uscire a passeggiare quando voglio e dove voglio. Arriviamo alla Bannister House e preparo la cena, uova strapazzate e carote: è più di un mese che non cucino e mi sento una sposina alle prime armi, poi a nanna, finalmente di nuovo insieme.

Eco di Bergamo

Sull'Eco di Bergamo di oggi 5 ottobre è uscita l'intervista sulla storia di Monica. http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/237058_trapianto/
Ciao