giovedì 29 settembre 2011

Terapia intensiva


Come potete ben immaginare, dopo essermi svegliata e ricevere il mio bacio, non è che tutto sia ben chiaro nel succedersi degli accadimenti. All'inizio ho dormito molto e ricordo confusamente ciò che accadeva. So che avevo un'infermiera fissa accanto a me, e che ho subissato di richieste per avere dell'acqua. La sete mi tormentava e nello stesso tempo, quando riuscivo a bere stavo peggio di prima. I turni delle infermiere qui sono di 12 ore e per tre giorni consecutivi, per i primi tre giorni ho avuto con me Cristina, una ragazza veramente straordinaria, paziente, se ne è sentita dire di tutti i colori perché non potevo bere più di tanto, ma lo stesso si è presa cura di me con vero cuore, mi ha persino lavato i capelli con lo shampoo secco, e lo stesso poso dire di chi mi è stato vicino la notte Shanty, di cui ricordo a mala pena il viso ma con i capelli profumati da uno shampoo al tabacco. Una cosa ho imparato: la scelta delle infermiere è inversamente proporzionale al tuo stato fisico, se stai male ti danno una brava, se stai bene la prendono da in fondo alla lista. E visto che io andavo migliorando le mie infermiere andavano sempre peggio, soprattutto la notte. Ho fatto diverse volte la dialisi: un macchinone infernale entrava in camera e per 3 ore e mezza non potevo muovermi dal letto, non che me ne andassi in giro, al massimo sedevo sulla sedia, ma il fato di non potersi muovere è una di quelle cose che mi fa venire voglia di muovermi! E poi fa un freddo bestia all'inizio e verso la fine scalpiti per l caldo... Ma si fa e si va avanti. Ho sempre qualche cosa che mi va in vena, antibiotico, anti-questo, anti-quello.
L'altra grande battaglia è il mangiare: all'inizio la dieta era liquida, il che vuol dire, budini, gelatine (che schifo!), succhi di frutta. Il problema è che qui sono abituati a bere tutto freddo, quindi la roba mi arrivava gelata di frigo e il mio stomaco proprio non la gradiva, poi è arrivato il cibo solido e non è che le cose sono migliorate! Gli americani non si accontentano del cibo così com’è ma devono coprire il gusto con qualsiasi spezia possibile e in ospedale non è che ne fanno a meno!  Si sa che negli ospedali si mangia male, anche in Italia è così ma qui è veramente impossibile! Ma non c’è un po' di sana minestrina?! Un po' di sano e insipido spugnoso purè?! O un pezzo di pollo bollito che ti guarda scontroso dal piatto, ma che non è rivestito di pepe a go-go?! La prima cosa che ho mangiato è stata una specie di zuppetta rossastra: secondo Micha sembrava buona, quindi l'assaggio mi trovo a invocare il dio della pioggia perché' spenga il fuoco del curry da cui è invasa!
L'altra cosa sono i dottori, non so bene quanti ne ho (esattamente non lo so neanche adesso!) cominciano presto il mattino e arrivano uno ad uno, il dottor Cliff (non ditelo a Micha, ma proprio un bel dottore!) che controlla i drenaggi; all'inizio ho 4 tubi che mi penzolano dalla pancia con relativo contenitore in plastica inesauribilmente intrecciati tra di loro. Ti saluta, controlla i tubi, ti chiede come va, ti ausculta e via. Poi arriva la dottoressa Romy, di origine cinese, che mi racconta di aver vissuto a Venezia per tre mesi a studiare e che cerca disperatamente di ricordarsi qualcosa da dire in italiano, ma non va più in la di buon giorno. Romy è molto simpatica, abbiamo fatto delle belle chiacchere insieme. Tra due settimane si sposerà e mi raccontava che nel bel mezzo del lavoro la chiamavano per decidere se preferiva la mozzarella o un altro formaggio come se fosse questione di vita o di morte! E poi c’è il mitico dottor Noursin(credo che questo sia il suo nome, ma ancora adesso non sono sicura!) soprannominato da me e Micha "the Kidney Doctor, quello giovane" a causa del suo impronunciabile nome, credo che sia di origine iraniana o giù di lì. E' un tipo molto affascinante, capelli neri tirati indietro con la gelatina, sembra Al Pacino ne "il padrino", all'inizio pensavo fosse di origine siciliana. Ogni volta che entra in camera mi saluta dicendo: “Como sta, signora bella?” io rispondo “bene” e qui finisce la nostra conversazione in italiano, e mi parla dei miei reni che non ne vogliono sapere di funzionare e mi dice di cercare di evitare certi cibi perché' ho certi elementi troppo alti, mi controlla le gambe gonfie come palloni e mi dice che farò la dialisi ancora una volta, ma che magari sarà l'ultima. Una persona proprio speciale.


Ce ne sono altri ancora che arrivano, mi auscultano, controllano la pancia e via.
Poi improvvisamente tutto si anima, e fuori dalla porta senti un gran parlare: è il Gran tour. Tutti i medici che ti hanno già visto, più un paio che non so bene chi siano, capitanati dal mitico dottor Hemming (il chirurgo che mi ha operato) entrano e ti guardano con aria commossa, parla solo Hemming e in genere dice: “Great, your lever is working well, everything is ok, have you any question?” All'inizio ero molto frastornata da queste entrate, non capivo tutta l'emozione delle dottoresse che mi guardavano con la lacrimuccia pendente dall'occhio, ora che comincio a realizzare cosa mi è accaduto, posso capire, mi avevano data per spacciata e vedermi migliorare forse non gli sembrava vero.
Oltre i dottori ci sono le fisioterapiste che vengono a farmi muovere e queste non le sopporto, ce n’è una in particolare biondina, con il lucidalabbra sempre perfetto, che si occupa delle mie gambe, devo dare calci e cercare di alzare i piedi. Mi fa alzare e fare due passi con il deambulatore, sono sfinita, mi accascio sulla sedia e spero che scompaia... Mai imperterrita continua “Good job!”.
Lo so che mi fa bene, che mi devo muovere, ma le gambe sono pesanti come macigni e la pancia mi tira, e mi sembra ci sia qualcuno che mi spinge le spalle verso il basso. E' veramente faticoso. 
Il giorno del mio compleanno è stato proprio speciale, tutti che continuavano a farmi gli auguri, c’è chi si è preso la briga di cercare come si dice Happy Birthday in italiano e mi prepara un cartello bilingue da appendere. L'amministrazione arriva con un palloncino augurale a cui è attaccato un cuore, si sono anche presi la briga di cercare una foto di Scanzorosciate per farmi un biglietto. Sono stupita da tutto questo affetto. Il pomeriggio non è stato uno dei più esaltanti, il Doctor Romy arriva dicendo che ho molti fluidi nei polmoni e che me li devono togliere con una siringa dalla schiena e purtroppo l'otto settembre oltre a essere il giorno del mio compleanno, è stato il giorno del grande black-out, qui a San Diego, non possono portarmi in sala operatoria e devono farlo in camera, mi danno un po' di anestetico, ma è stata un'esperienza orribile.
In serata comincia un caos orribile per colpa del black-out. Io che ora mai sto meglio, vengo spostata dalla suite ad una camera più piccola in attesa di salire all'undicesimo piano per iniziare il training sulle medicine e su come cambierà la mia vita quando tornerò a casa.
E' stata una delle peggiori notti in quel reparto. Sono riuscita ad addormentarmi quasi subito, ma due ore dopo, alle dieci e mezza di sera, sono sveglia come un grillo, convinta che manchi poco al mattino. Nessuno del personale viene mandato a casa per paura del black-out e fuori dalla mia stanza c’è un fracasso orribile, io sto male, e ogni volta che chiamo l'infermiera questa non viene o arriva mezz'ora dopo. Ma la mattina arriva e si sa, di giorno le cose hanno una luce diversa. 
Parlo con i bambini tutti i giorni, tutte le loro sere prima di andare a nanna mi chiamano, per me sono le undici del mattino. Faccio fatica a parlare, ho sempre il fiatone, ma vederli sereni mi rinfranca parecchio.
Ho visto anche mia mamma, che strano effetto mi fa sapere che ha preso in mano tutto lei, ho paura che sia troppo il carico di lavoro per lei, non ha avuto un gran periodo quest'anno.
Arriva il week end successivo al mio compleanno, domenica sarà il compleanno di Theo e lunedì ri-inizierà la scuola, che per lui sarà il primo giorno di scuola. Micha, giustamente, torna in Italia: io sto bene e i bambini hanno bisogno di lui. E poi con me ci sarà la mia Katherine che arriverà da Mesa in Arizona, per stare un po' con me. Per chi non lo sapesse, Katherine ha vissuto con noi per nove mesi, dallo scorso settembre fino a giugno, ufficialmente come au-pair per insegnare l'inglese ai bambini, di fatto è diventata parte della nostra famiglia e lo sarà per sempre. Katherine arriva nel bel mezzo di un combattimento con la fisioterapista che ha deciso di farmi camminare fuori dalla mia stanza, avrò fatto 20 metri ma mi sono sembrati 200 km, ma li ho fatti, e ho potuto vedere come era il reparto fuori dalla mia stanza. E finalmente nel tardo pomeriggio arriva la grande notizia, la stanza all'undicesimo è pronta, carichiamo tutte le mie cose sul letto e si va su. Camera con vista su un campo da golf con laghetto, silenzio e quiete, non mi sembra vero! Forse stanotte dormirò meglio...

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